ImmagineSul reddito minimo (sociale, garantito, incondizionato, di cittadinanza, etc etc) si parla sempre più spesso, ma il più delle volte a sproposito, solo sulla base di a priori, convinti di aver già chiaro tutto sul significato, il ruolo, la finalità dello strumento.

Al contrario delle reazioni più comuni, io ritengo che in questo elemento possa radicarsi l’origine di una nuova rivoluzione copernicana, che, sovvertendo concettualmente l’origine della funzione del reddito, mette in crisi i meccanismi teorici e pratici della subordinazione (sempre più iniqua, tanto da non rendere sconvolgente l’utilizzo del termine schiavitù) nei rapporti di lavoro e di forza relativi.

Solo che per capire il motivo di una posizione così netta, che assumo senza alcuna esitazione, bisogna sgombrare il campo da qualunque pregiudizio, da quelli assistenzialisti più diffusi, a quelli pseudo-scettici della sinistra tradizionalista.

Ottenere il riconoscimento del reddito (per me sociale e incondizionato) rappresenterebbe una svolta epocale se inteso e preteso nella giusta prospettiva.

Riassumo e quindi farò una sintesi infelice, ma questo e’ quanto sono in grado di fornire

1. Il lavoro in questa fase del capitalismo.

Il lavoro oggi ha ruolo, connotati e confini diametralmente opposti al passato.

Il rapporto di subordinazione non si esaurisce sul posto di lavoro, ma permea ogni aspetto della vita, in un’organizzazione economica in cui la produzione ha perso il suo ruolo strategico a favore di una esasperata finanziarizzazione che ha imposto la supremazia della brand equity sul prodotto.

Il lavoro non è certo e non è solo quello che viene svolto durante le canoniche otto ore di impiego aziendale, neanche per chi ancora resiste alla catena di montaggio.

Il lavoro ha invaso e pervaso quasi tutti gli aspetti della nostra vita. Sia per coloro che non riescono più a distinguere, a trovare o creare una cesura, tra tempo di lavoro e tempo di riposo, di vita; sia per coloro che lavorano, senza retribuzione alcuna, senza esserne minimamente o pienamente consapevoli, per un padrone inafferrabile, il grande capitale che, con i suoi meccanismi, mette il consumatore in una posizione di tale centralità, da farne uno dei principali motori di produzione di valore. Siamo tutti marketer dei prodotti e dei brand delle aziende di cui non siamo dipendenti.

Oggi, quello che produciamo o contribuiamo a produrre nei nostri loculetti per il singolo datore di lavoro, non è che una porzione minima del plusvalore che contribuiamo individualmente a generare e che svolge un ruolo di vero protagonista nella storica, ma niente affatto vetusta, dinamica dello sfruttamento marxiano.

Aspirazioni, pensieri, affetti, emozioni, condivisioni, preferenze, interpretazioni, evangelizzazioni… sono tutti prodotti da questa schiera di condannati ai lavori forzati e arricchiscono il patrimonio di identity dei brand e quindi il loro valore di mercato.

D’altra parte è fondamentale sottolineare come il lavoro produttivo non sia destinato a scomparire, non può. Senza di esso non è possibile sorreggere l’impalcatura di secondo livello che descriverò di seguito.

Il lavoro di produzione di beni, cui sono associati marchi, in cui vengono identificati qualità, che definiscono il valore astratto di una merce, cui si attaccano i processi di creazione virtuale di plusvalore… non è destinato a scomparire, ma a conoscere una nuova recrudescenza in termini di peggioramento di condizioni di sfruttamento. Un dilagare che è già noto e consolidato dalla prima fase di globalizzazione, in cui la produzione materiale dei beni è stata esternalizzata, esportata negli angoli più poveri e meno tutelati del terzo mondo.

Oggi, anche nelle realtà produttive ancora residenti nell’occidente avanzato, le forme di imbarbarimento culturale del lavoro, di inasprimento dello sfruttamento, al nero o regolarizzato, sono sotto gli occhi di tutti, ma probabilmente ancora analizzate dall’angolo prospettico tradizionale.

Il processo di “marchionizzazione”del lavoro produttivo e delle condizioni che esso richiede è sempre più diffuso, più o meno dichiaratamente. Quindi, su qualunque fronte e da qualunque punto di osservazione lo si indaghi, non c’è soluzione di continuità nei meccanismi che ci inchiodano ad un sistema che non può essere emendato, ma va capovolto.

2. Prodotto o licenza

Parallelamente (anticipandolo o contestualmente, di sicuro complementarmente) al cambiamento del paradigma lavorativo, è mutato il fulcro da cui genera la forza che tiene in piedi il sistema di produzione di ricchezza. L’attenzione è slittata dal prodotto alla licenza, al marchio.

La questione non è banalmente la marca, ovvero quanto le nostre decisioni d’acquisto, le preferenze accordate, siano influenzate, se non determinate dallo status che la marca identifica in sé; la questione è che quel patrimonio di “valori”non è più nell’esclusivo possesso e gestione delle intelligence aziendali delle big companies, ma è in co-sharing produttivo con l’intelligence indefinita di tutti i consumatori, globalmente interconnessi. Questi contribuiscono a definire l’identità delle marche, a riconoscere a ciascuna di esse un ruolo che va ben al di là della funzione demandata al prodotto (vestire, ascoltare della musica, telefonare…)

Quando la decisione di scelta per una marca viene definita dall’insieme degli asset valoriali ad essa riconosciuta, è ovvio che a quel prodotto, associato a quella marca, resta appiccicato un valore che non ha nulla a che vedere con la produzione materiale e, per le condizioni sopra descritte, ha ormai solo in parte a che fare con il lavoro intellettuale produttivo dei marketer e degli strateghi della comunicazione: è un patrimonio generato dai consumatori che aumenta a dismisura il plusvalore.

Questo valore è il cuore pulsante del capitalismo contemporaneo, è quello che, abbandonando il prodotto fisico, diventa ricchezza sotto forma di licenza, franchise, che porta cioè all’assurdo di poter ricavare valore e ricchezza dal solo brand senza procedere ad alcuno sforzo o sopportare alcun costo produttivo. E’ quello che accade ogni volta che viene prodotto del merchandising che cavalchi un fenomeno come il lancio di un film, il successo di un cartone; è quello che accade ogni volta che uno stilista firma una mattonella, una poltrona, un profumo; è quello che accade ogni volta che un marchio di abbigliamento, o una radio, un bene qualunque viene abbinato al marchio di un auto. Potrei continuare all’infinito. Infatti uno dei segmenti a maggiore espansione di impiego nelle big compagnie è stato il licensing and legal dept.

Oggi le royalities percepite per lo sfruttamento da parte di terzi delle proprie marche è l’abbondante grasso che cola nei patrimoni delle aziende che ne detengono la paternità. E non è finita qua.

3. La finanziarizzazione e il debito permanente

Se tutto quanto sopra lo si può riconoscere come fondato, è ovvio che la vera motrice dell’economia mondiale (con il nostro globale sfruttamento perpetuo) è nel valore dei marchi, nel loro potenziale volatile di sfruttamento. Attorno al valore delle licenze e al potenziale astratto legato al loro sfruttamento e ai guadagni extra-produttivi che ne derivano, si costruiscono tutti i meccanismi di valore azionario delle big companies, i meccanismi di rating e ranking annessi e connessi, la perpetua minaccia implicata da una valorizzazione che prescinde e si distacca, con progressione galoppante, dalla produzione di beni.

E noi? Noi siamo consumatori indebitati permanentemente. Per i beni che acquistiamo, per i mutui che contraiamo, per le assicurazioni che dobbiamo sottoscrivere, per le aspettative di crescita, vita, collocazione.

Questo ci costringe alla necessità di un lavoro, o meglio (visto che per il capitale lavoriamo gratis a tempo pieno, anzi rimettendoci il tasso d’interesse dei debiti che contraiamo per acquistare i beni il cui plusvalore contribuiamo indefessamente a creare) alla necessità di un reddito da lavoro, nella forma di un salario.

Noi siamo il lavoratore più precario, indebitato, fallito e sfruttato. Noi viviamo in un regime di stabile schiavitù.

Per questo occorre trovare i meccanismi che ci liberino dalla necessità del lavoro a qualunque costo, che ti costringe, pur di averne uno, pur di mantenerlo, pur di sperare di acquisirne uno, ad accettare qualunque forma di ricatto, anche la più iniqua, la più umiliante. Per questo occorre dire che ce ne fotte delle banche, dell’economia mondiale: siamo già cadaveri, è solo questione di tempo perché il tanfo ci renda consapevoli dello stato di putrefazione raggiunto. Si fotta un sistema che non sia condizionato alla produzione reale. Se produco valore astratto e qualcuno guadagna del solo fatto che io abbia modo di nutrire relazioni, pensieri, pareri, affetti, è sulla base di questo assunto che devo pretendere di essere riconosciuto come lavoratore globale.

E’ necessario ridare concretezza a quel lavoro svolto che rischia di restare confuso nella volatilità del valore evanescente del marchio, delle royalies, delle azioni, delle agenzie di rating etc etc.

Ecco perché il solo concetto del reddito di base incondizionato è un concetto rivoluzionario, volto a smascherare i termini concreti del nuovo sfruttamento globale. E’ un modo di riappropriarsi dei mezzi di produzione che ci appartengono e che abbiamo concesso in comodato d’uso non retribuito al capitale globale.

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Genova ha nel suo DNA storico un destino da crocevia strategico dell’evoluzione del mondo.

I fatti del G8 non nascono e non muoiono nel luglio del 2001, ma segnano un passaggio fondamentale, una brusca battuta d’arresto, forse il colpo più duro inferto alla storia della teoria democratica mondiale. Prima di Genova c’erano stati già i fatti di Seattle, quelli tragici di Goteborg, ma è nella città ligure che la “Reazione Globalizzata” ha dato un decisivo colpo di reni.

Non mi aspettavo, al momento in cui ho deciso di vedere il film prodotto da Domenico Procacci e firmato da Daniele Vicari, che l’impatto che ne sarebbe derivato sarebbe stato emotivamente e intellettualmente così forte per me. Dal film non ho appreso nulla perché ero già a conoscenza dei fatti, perché avevo già visto il documentario di presentazione prodotto da Fandango, in cui vengono descritte, senza troppi giri di parole, le esperienze e le torture di chi ha subito il pestaggio alla scuola Diaz e all’interno delle strutture penitenziarie italiane, Bolzaneto su tutte.

Il film è violento non per il sangue e i pestaggi, perché, al riparo da ogni cedimento retorico, restituisce i fatti, per cui sono i fatti, al più, ad essere violenti; ma la violenza più dolorosa non è quella pure traumatizzante della furia delle forze di polizia che si abbatte sui corpi inermi di manifestanti e giornalisti.

Le atrocità del film sono, con tutta evidenza, legate a doppio filo con la sospensione dei diritti di coloro che sono stati brutalmente massacrati dalle forze di polizia in quel contesto e che rappresentano una metafora crudissima di quella stessa violenza a cui hanno sottoposto ciascuno di noi fino ad oggi e a causa della quale ci troviamo in ginocchio, senza possibilità di difesa, smarriti, sotto shock, forse feriti a morte, proprio come quei manifestanti.

Provando a fare ordine nel caos di riflessioni e emozioni che negli ultimi giorni mi hanno agitato, comincio col dire che ho subito pensato, davanti a quelle immagini, che a Genova avrei potuto esserci anche io, alla scuola Diaz avrei potuto trascorrere la notte anche io. Non avrei avuto alcuna capacità di proteggermi da quella violenza. Sarei stata massacrata, spaventata a morte, mi sarei sentita persa, terrorizzata, sarei di certo rimasta traumatizzata e forse da allora sarei cambiata per sempre. A Genova avrei potuto essere anche io e mai nella vita ho pensato di impugnare una spranga o bagnarmi di benzina per riempire una bottiglietta da lanciare. Ma questo non avrebbe fatto alcuna differenza. Da questo punto di vista, forse, la cosa non avrebbe avuto particolare rilievo, perché non sono certa di poter condannare in principio la scelta di chi concepisce la resistenza come (ATTENZIONE!) devastazione contro le cose e che a seguito di quegli stessi fatti ha subito condanne alla reclusione, non prescritte, superiori ai 20 anni. Detto ciò, immagino, che nella mente depravata di qualcuno, questa sarebbe colpa sufficiente per un pestaggio: non dissociarsi significa meritare la repressione. Ben al di là di certi aspetti di idiozia ideologica (che evidentemente solo quando depositata nelle scelte di alcuno è da stigmatizzare), la questione è che si può prescindere dai black bloc nel discutere di Genova, come il film sceglie di fare, senza sacrificare il nucleo della complessità della questione.

Genova ha segnato la fine di un movimento di resistenza globale, non dei black bloc, la fine dell’espressione e rappresentazione democraticamente riconosciuta di uno sviluppo diverso dell’economia, delle società, dell’evoluzione culturale e umana mondiale, non delle teorie anarco-insurrezionaliste e tutto il corredo di bla bla bla che si porta dietro l’eredità dei benpensanti. Genova ha segnato il destino del mondo ed è evidente che quanto è accaduto non è responsabilità né individuale, né collettiva di un solo paese, di un solo governo, etc.. Ciascuno di coloro che sono inclusi in questa catena dell’orrore sono complici e colpevoli individualmente e collettivamente, ma i meccanismi di narrazione adottati allora rischiano di individuare solo la punta di un iceberg gigantesco che ci ha fatto affondare rapidamente negli ultimi anni.

Se oggi si combatte schizofrenicamente pro e contro l’antipolitica, la tecnocrazia, il governo dei mercati, la Cina, la cultura autoctona, i nazionalismi, lo spread, la guerra tra poveri e così via, i motivi sono anche nei fatti di Genova. Abbiamo voluto pensare che fosse eutanasia, in realtà è stato un genocidio di massa.

Se Genova è stata il Cile di Pinochet e l’Argentina dei desaparecidos sarebbe comodo ascriverne – da sinistra – le responsabilità all’appena insediato governo Berlusconi. Il disegno era condiviso da tutti, incluso il deferente governo Berlusconi e chi lo ha preceduto, ma la condivisione parte da lontano ed è arrivata fino all’enorme crisi economica che ha travolto gli stati del primo mondo come un enorme tsunami dal quale si sono salvati, per ora, solo coloro che hanno ordito la trama della repressione del movimento e delle idee di uno sviluppo alternativo a quello sancito dai grandi interessi della finanza e della politica della globalizzazione forzata.

Ho faticato a innamorarmi ai tempi degli studi di legge che ho condotto e oggi (come tipico) mi sembra di capire di più il rilievo filosofico, teorico, ideale che maestosamente rappresenta l’elaborazione di un codice, della norma, che, inserendovisi, descrive il profilo del progresso della cultura e dell’evoluzione del cives. Non esiste diritto che non sia in grado, potenzialmente, di esprimere i livelli più alti della teorizzazione filosofica, del riscatto intellettuale dell’uomo. Di quegli studi, da quando storia del diritto è stata tale, il fulcro è da sempre stato la definizione (e l’ambiguo dualismo) di interesse pubblico e di interesse comune.

Questo concetto è stato spazzato via. A Genova ne resta la lapide.

Pubblicato: aprile 23, 2012 in Uncategorized
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United we stand committed we fall

Prologo

 

“Questo è Struttura, il nostro programma di caricamento

 

Il contesto in cui ho lavorato (e dunque vissuto) negli ultimi anni può essere considerato, a tutta prima, anomalo. Non una piccola impresa, non un grande gruppo multinazionale straniero. Un’azienda che ha conosciuto una rapidissima crescita nel proprio settore, prima con il ruolo commerciale di mero intermediario, poi anche come editore. Oggi, è un gruppo internazionale, che fattura circa 130 milioni l’anno, con sedi che hanno aperto, a cavallo della grande crisi, nei principali paesi ovest-europei e, come nella migliore tradizione, è poi sbarcata di là dell’Atlantico, spinta dalle promesse del sogno americano. Un’anomalia anche perché, quest’azienda, con un centinaio di dipendenti, ha sempre mantenuto una direzione fortemente padronale: nessun management di alto profilo è arrivato a far da corredo o a dettare l’agenda dell’imprenditore o del consiglio d’amministrazione. Dalla quotazione in borsa si è posizionata sul mercato del lavoro come un apparente Eldorado. Anche sul piano contrattuale: nessun lavoratore precario in organico, una sbandierata (nonché fittizia) attenzione alle persone prima e sopra le ragioni spicce del fatturato. E’ ovvio che, in questa culla rassicurante, la presa della cultura familistica (quando non marcatamente paternalistica) fosse immediatamente efficace, facile e convincente. E infatti ha funzionato. Di tutte le realtà aziendali in cui mi sono direttamente o indirettamente imbattuta, quella in cui io stessa continuo a lavorare da dieci anni, è la struttura aziendale a più basso turn-over che abbia mia conosciuto. Volendo continuare ad abusare di citazioni cinematografiche, potrei aggiungere che il nostro mantra era “Fino a qui tutto bene”. L’ondata della crisi ha lasciato sostanzialmente indenne il gruppo. Naturalmente questo non ha riguardato la somma dei singoli che lo hanno popolato e lo popolano tuttora. Si è registrata una sostanziale tenuta dei risultati di fatturato, i margini sono stati preservati, i dividendi distribuiti, ma il personale se l’è cavata meno bene. Fatalmente è stato proprio l’innesco della crisi, che pur senza aver toccato direttamente la società, ha aperto una falla e a me ha rivelato l’errore nella matrice. E’ infatti iniziata la fase dei tagli in organico. Come responsabile del reparto più nutrito dell’azienda (che fino a un paio di anni fa contava una ventina di persone), sono stata inevitabilmente coinvolta in questo processo. Lo sono stata malgrado i rischi che pure la direzione dell’azienda aveva valutato: il mio punto di vista era ben noto. Il tutto è iniziato in maniera piuttosto ambigua, come si addice a un’azienda che, con rabdomantica determinazione, ricerca opportunità di migliorare il proprio profitto ovunque. Pur restandone sostanzialmente lontani, si è deciso di cavalcare l’onda, per noi tradotta nello spauracchio della crisi dei consumi superflui, che era divenuta credibile agli occhi di tutti, fuori e dentro il corpo aziendale. Cinicamente il legale del gruppo si era lasciato scappare un compiaciuto commento al riguardo: “approfittiamo della crisi che imperversa fuori per tagliare un po’ di rami secchi dentro”. Qual era il discrimine per definire il rendimento delle risorse disponibili? Naturalmente la loro capacità di “extra-produrre”, ovvero la predisposizione dimostrata a non discutere i termini del proprio coinvolgimento nei meccanismi aziendali, la propria propensione a accettare la sfida di dimostrare quanto si fosse pronti a credere alla storiella per cui siamo tutti insieme sulla stessa barca (pretendendo che non abbia rilievo che alcuni navighino in terza e altri in prima classe), che l’azienda appartiene a tutti, che il successo dell’Uno aziendale è il successo di ciascuno. Così all’improvviso, ai vecchi indici di performance basati sui risultati, si sono affiancati, fino a diventare preminenti, indici del tutto estranei alle logiche canonicamente riconosciute come professionali. A puro titolo esemplificativo ne cito alcuni, scegliendo di omettere i meno edificanti: l’amplificazione del messaggio azienda in ogni manifestazione del proprio privato (quanti danni hanno prodotto alla vita di noi lavoratori i social network e le loro vetrine), la disponibilità a viaggiare sempre (per la natura del business per lo più all’estero), anche con un preavviso di sole 24 ore, naturalmente anticipando le spese, la disponibilità – ovviamente mai esplicitata – a non recuperare (in scontata assenza del riconoscimento degli straordinari) i giorni di lavoro festivo o a prolungare la giornata lavorativa a dismisura per garantire lo sviluppo abnorme del vero bene aziendale di punta, le relazioni. Pranzi, cene, aperitivi, feste, tutto il corredo più o meno mondano che un business che si regge sulle buone relazioni impone. Poi questo processo ha raggiunto un parossismo che inizialmente sarebbe apparso inverosimile, ma che ora ha una logica che sembra quasi ovvietà. In un regime culturale in cui la spada di Damocle dell’insuccesso è imposta come un rumore di fondo ineliminabile, in uno scenario da cui scompaiono aumenti, premi, prospettive o anche semplicemente incoraggiamenti e ringraziamenti, è alla fine scattata anche la caccia all’untore. Così la dirigenza aziendale ha potuto smettere di indagare: hanno cominciato a fioccare le delazioni. Il prezzo per vendersi: assicurarsi un posto nel girone dei volenterosi, al fine di mettersi al riparo dalla scure dei tagli. Il divide et impera era perfettamente applicato, senza forzature, senza eccesso nei toni. Tutto ha funzionato perché il terreno era fertile, le dinamiche psicologiche già operative. L’inasprimento delle condizioni al di fuori dell’alveo aziendale, l’incubo che si dovesse resistere per non farsi travolgere dalla crisi, il sospetto che il nemico fosse seduto alla scrivania di fianco alla propria piuttosto che al piano superiore avevano favorito un’accelerazione, ma il codice comportamentale che ha reso tutto possibile era già consolidato, a lungo esercitato in anni di serafica tranquillità, fondandosi sull’inganno di tutti gli inganni, ovvero che nel lavoro occorre eccellere mostrandosi degni della considerazione del datore di lavoro che valuta la “passione” dando per assodate, un dovere cui adempiere, conoscenze e capacità.

 

La disillusione

 

“Segui il coniglio bianco”

 

Lavoro da ormai più di 13 anni e in questo lungo tempo di fatica, apprendimento, evoluzione e maturazione ho vissuto un po’ tutte le sfumature emotive e psicologiche che fanno da corredo allo sviluppo individuale, filtrato attraverso l’esperienza professionale.

Ho vissuto l’entusiasmo e la passione, l’ingenuità e la dedizione, l’illusione e la disillusione. Ho anche conosciuto la fase della delusione. Proprio questa oggi mi appare svolgere un ruolo insidioso e temibile.

Da quando ho cominciato ad osservare con sguardo meno coinvolto la mia stessa esperienza professionale, da quando cioè ho cominciato ad ascoltare solo le parole che mi venivano ripetute, ignorandone il messaggio sotteso (ovvero rendendomi impermeabile ad esso), ho compreso che non contrastare la delusione è il peggiore dei rischi a cui la specifica categoria di lavoratori a cui appartengo – inconsciamente, ma con cocciuta fermezza – si espone.

La delusione, come sentimento, appartiene a una sfera affettiva ed emotiva che non dovrebbe avere diritto di cittadinanza nella fondazione del rapporto tra datore di lavoro e lavoratore. Occorre ripristinate le distanze, almeno sul piano di sintesi analitica, perché la centralità dell’universo esistenziale dell’uomo nel mondo del lavoro è un miraggio da cui nascono pericolosi pervertimenti culturali e di diritto. E’ questo un modello che la nuova cultura del lavoro ha costruito per debilitarci, al tempo stesso assecondando le nostre necessità di rassicurazione e minando alla base la nostra stessa potenzialità di lavoratori conflittuali. Non si può credere alla pariteticità ideologicamente proposta come benefit e incentivo (rafforzata dalla fittizia informalità dei rapporti gerarchici), quando nella dinamica della relazione sottostante qualcuno ha in potere di pretendere e qualcun altro è chiamato a dare ed è valutato, nonché retribuito – spesso male – per questo.

Molto prima che si consideri come naturale implicazione di quanto descrivo, un invito implicito a prestarsi ad un progetto, lato sensu, sovversivo, ritengo sia  imprescindibile che le ombre che costellano le dinamiche del rapporto lavorativo dipendente vengano individuate con chiarezza, perché possano costruire la base di un’accurata disamina e comprensione personale nonché, *auspicabilmente*, collettiva. Mi appare, cioè, urgente che ci si fermi a riflettere su certe ambiguità, che se ne prenda coscienza, in modo da poter dare loro consapevolmente il profilo opportuno e scegliere di conseguenza. E’ piuttosto, dunque, in origine, un processo di riappropriazione. Senza questo presupposto, già faticoso, non è possibile alcuna ipotesi di sovversione dello status dei fatti.

Io credo, infatti, che sia necessario considerare questa evoluzione necessaria alla stregua di un processo di emancipazione, pur non avendo alcuna idea universale precisa sulle modalità che questa debba presentare. Questo perché, allo stadio in cui ci troviamo, l’innesco non può che nascere dal singolo, cui in primis spetta il doloroso e talvolta ingrato compito di definire la propria condizione, per contribuire così efficacemente a definire, nella molteplicità delle sue epifanie, la condizione di subordinazione collettiva e quindi la possibilità di un’emancipazione generale. Il mio punto di partenza, ad esempio, è stata la fotografia che ha mi ha consentito l’individuazione della mia matrix, dei cavi attaccati alla mia spina dorsale. Una precondizione, dunque, per l’autonoma scelta tra la pillola rossa e quella blu.

E’ anche possibile che alcune delle evidenze che ho riscontrato nel mio percorso siano per molti già acquisite, ma, procedendo per personali approssimazioni successive, a me sono stati necessari più di 10 anni di fatica emotiva e speculativa per mettere a fuoco certi meccanismi e ho sentito la necessità di fare ordine tra questi, di cercare una via per strutturare il mio pensiero e di coordinare nuove gerarchie e interrelazioni che si pongano come alternative rispetto a quelle che, nella mie mansioni, mi viene chiesto di applicare nella valutazione, premiante o deprimente, dei miei collaboratori, spesso giovani e inesperti, talvolta ingenui, ma inesorabilmente (questa la loro condanna) valenti e comunque non adeguatamente retribuiti.

 

Precari tutti

 

“Welcome to the real world”

 

Nel mio tentativo di comprensione più profonda e allargata della configurazione della nuova concezione e delle dinamiche di sfruttamento del lavoro dipendente cognitivo, ho tratto ispirazione per le mie riflessioni, anzitutto dal mio crescente disagio, cercando di risalire la corrente per individuarne l’origine reale; poi ho provato a perfezionare le mie categorizzazioni, mettendo meglio a fuoco cosa accadeva intorno a me e cercando di comprendere quanto della realtà che vivo possa essere ritrovato altrove, in realtà distanti e molto dissimili. Benché in tema di lavoro, esegesi e elaborazioni teoriche e critiche piu’ interessanti facciano riferimento all’universo del lavoratore precario, è mia (stimo fondata) convinzione che, in dieci anni di diffusione forzata delle mille formule del lavoro precario, ci sia stata una tracimazione culturale (e di approccio più o meno subliminale) degli stessi temi sovrastrutturali sviluppati nell’impostazione del concetto di subalternità esistenziale del precario che hanno pesantemente contribuito alla rifondazione del significato corrente (o della sua interpretazione) del rapporto tra datore di lavoro e lavoratore garantito.

In sostanza, se sul piano della garanzie, quindi della opposizione potenziale, è (o dovrei dire era) evidente il confine che distingue un lavoratore dipendente da un lavoratore precario, questo diventa più sfumato – fino a dissolversi del tutto – quando ci si concentri sul piano culturale. Dal mio osservatorio appaiono, infatti, essersi evidentemente consolidati alcuni tratti comuni all’una e all’altra categoria di lavoratori per quel che segnatamente contraddistingue oggi l’estrinsecazione del proprio diritto/dovere al lavoro. In altre parole, il ricatto di cui è oggetto il lavoratore precario, mutatis mutandis, è stato confezionato e ben dissimulato perché a metabolizzarlo e sussumerlo come naturale per se stessi fossero anche i lavoratori garantiti, in special modo coloro che lavorano in ambito cognitivo.

Questa è la mia personale tesi: nell’universo condiviso che meglio conosco, operano due forme di ricatto e una forma più sofisticata e sottile che definirei di “plagio”.

Il primo ricatto è quello plateale: o fai così o ti invito all’uscita, ti isolo, ti riposiziono, ti demansiono, etc. Questa forma è esplicita, immediatamente riconoscibile e quindi denunciabile.

Il secondo ricatto è costantemente in fieri, non è dichiarato, ma prende sostanza nelle cose e nei fatti: non sei assunto solo per quello che sai, ma anche (soprattutto) per quello che sei.

Devi all’azienda commitment, che questa poi interpreta come la cifra di quel che sei e trasforma in plusvalore e, quindi, fonte di profitto. L’appello al commitment, comunque, non si manifesta univocamente, quindi non presuppone necessariamente le forme esplicite del ricatto. Lo diviene quando è assunto come parametro valutativo in forza del quale impostare le graduatorie di merito nella gerarchia, reale o percettiva, dell’azienda.

Il terzo elemento, ovvero a quello del “plagio”, è direttamente derivato dall’elemento del commitment e arricchito dal potere dirompente del concetto di “cultura aziendale”, insieme degli asset valoriali attribuiti, più o meno arbitrariamente, a un’azienda/brand.

La lusinga sottintesa in ogni invito a sentirsi coinvolti – partecipazione attiva – nel processo formativo della volontà e dell’identità aziendale, sia che si riveli nella richiesta ai lavoratori di essere evangelizzatori del messaggio-azienda anche fuori dal contesto (spazio-temporale) lavorativo, sia che si manifesti nella petizione di ossessiva pro-attività spontanea basata sulle linee guida aziendali, sia ancora che si manifesti come una forma di auto-investimento che implicitamente richiede un sacrificio oggi in forza di una possibilità di maggior guadagno domani, nella sostanza implica SEMPRE la necessità immediata di una spontanea rinuncia e/o compressione dei propri diritti. Contemporaneamente, ma su un diverso piano, lavora per una deformazione della percezione e dei confini di questi ultimi. La lezione edulcorata che viene impartita prevede, dunque, che gli stessi lavoratori ricavino l’illusione di ridisegnare furbescamente e in base ad autonoma, spontanea valutazione, confini e significato delle proprie spettanze. Questo approccio valutativo e culturale viene, in realtà, assunto esclusivamente dall’alto (anche se raccontato in maniera complice: il datore di lavoro che mostra la strada all’adepto meritevole facendogli intravedere il miraggio di una fortuna futura individuale – che però ritarderà quanto più possibile), ma reso perfettamente intellegibile come perenne memento a contrario dal basso. In questo modo diventa unità di misura convenzionale e condivisa del valore del lavoratore sul mercato del lavoro. Infatti, chi dimostra più commitment (ovvero maggiore e spontanea propensione a mettere a disposizione dell’azienda-brand o del suo ruolo in essa, la propria sensibilità, la propria intelligenza, il proprio tempo senza soluzione di continuità tra lavoro e non lavoro, in una parola la vita stessa) garantisce al datore di lavoro maggiore plusvalore che si traduce in maggior profitto. Qui s’innescano, da ultimi, ma con ruolo strategico e devastante, i processi della competitività non professionale tra lavoratori. Quest’ultima, più che semplice minaccia alla collettivizzazione delle istanze dei lavoratori, mi appare oggi come il più efficace meccanismo di repressione del conflitto esercitato dal committente/datore di lavoro nell’ambito che fin qui ho provato a indagare e descrivere.

 

Competitività individuale antidoto al conflitto generale

 

“Se non sei uno di noi, sei uno di loro”

 

L’unica dimensione collettiva immediatamente riconosciuta nelle trame della cultura aziendale imperante è rimasta quella del lavoro di gruppo. Ma il mito del lavoro di team, serve solo a fornire la copertina di Linus ideologica a un processo più o meno conscio in cui, si sopperisce alle naturali insufficienze individuali mettendo a valore la sinergia fintanto che il raggiungimento dell’obiettivo assegnato non sia consolidato. Essa scompare, in un virtuale cambio di stagione, nel momento in cui poi si ipotizzano ruoli e responsabilità. All’indistinto della cooperazione si sostituisce l’auto-promozione delle proprie esistenze, della propria cifra personale, delle proprie preferenze, predisposizioni, passioni, del proprio vissuto, perché tutto contribuisce, con modalità ansiogene, a definirci come insostituibili, unici, a valore aggiunto garantito, carismatici, affidabili e “devoti”. Non è un caso che nel lessico aziendale siano dominanti concetti assolutizzanti come vision e mission. Quel che si finisce per mettere sul piatto è infatti se stessi al servizio di una missione, il più delle volte senza neanche accorgersene, irretiti dalla passione che ci anima, dal desiderio di sentirsi parte di un tutto che però siamo pronti a dismettere al momento opportuno, o nella convinzione di essere anche nell’estrinsecazione del nostro lavoro, senza capire che è il nostro lavoro che finisce per essere noi. In quell’istante si supera un confine, quello in cui ci si concede al proprio datore di lavoro, come a un padrone, il potere si disporre della nostra esistenza, come se questi potesse, con la nostra compiacente nonché inconscia disponibilità, servirsi di quanto abbiamo da offrire come individui, non più solo come lavoratori. Se l’unicità come individui masochisticamente ci guadagna lo scettro della misura del valore aziendale, non abbiamo scampo dall’ossessiva lotta per stagliarci contro l’uniformità e il resto della collettività, rinnegando quanto ci rende simili, fin dalle condivise scomodissime condizioni di lavoro (e, nel continuum, di vita). Per questo stesso motivo mi è parso di vedere spesso che nelle relazioni gerarchico-lavorative in aziende a forte connotazione padronale, la ripetizione di modelli comportamentali e relazionali simile a quelli familiari. Si cerca il consenso e il riconoscimento prima di qualunque altra condizione. Questo in ultima istanza determina una lotta non dichiarata per il posto di favorita/o, una sorta di primogenitura, con competizioni ingaggiate non per un miglioramento delle condizioni di lavoro, ma per un miglioramento della percezione del sé, in attesa della scelta. Non che questo meccanismo sia disinnescato dall’inasprimento della situazione a contorno. Il malumore non genera da solo spirali virtuose, rimanendo apparentemente confinato nel perimetro della macchinetta del caffè. Abbiamo disimparato a riconoscere i simili, nella nostra assurda ostinazione a definirci come individui nel lavoro, oltre i confini di un’esperienza doverosamente contingentabile, ma mi domando: fino a quando?

 

Un cambiamento possibile

 

“Devi lasciarti tutto dietro: paura, dubbi, scetticismo”

 

Come spesso accade sono spunti vertenziali che inducono reazioni e a volte succede che anche una sola scintilla sia in grado di far divampare incendi.

In questa prospettiva occorre, pertanto, sforzarsi di tenere bene a mente la sostanza delle cose, comprendere il minimo comune multiplo che rende omogeneo il sostrato da cui nasce il disagio di categorie di lavoratori-individui che vivono esperienze solo in apparenza inconciliabili. Questo consentirebbe il superamento di barriere fragili, ma ancora ben presidiate, sottraendole alla disponibilità di chi – pressoché unicamente – detiene interessi realmente divergenti in forza dei quali invoca il nostro sacrificio e la nostra devozione. Sovvertendo l’endiadi, il valore della nostra cooperazione di individui-lavoratori supera di parecchie unità di misura il rischio che si porta in eredità.

Il cucchiaio non esiste, ma la leva sì ed è una questione di rapporti di forza.

 

So che mi state ascoltando, avverto la vostra presenza. So che avete paura di noi, paura di cambiare. Io non conosco il futuro, non sono venuto qui a dirvi come andrà a finire, sono venuto a dirvi come comincerà. Adesso appenderò il telefono e farò vedere a tutta questa gente, quello che non volete che vedano. Mostrerò loro un mondo senza di voi, un mondo senza regole e controlli, senza frontiere e confini. Un mondo in cui tutto è possibile. Quello che accadrà dopo, dipenderà da voi e da loro.”